Bullismo: se il problema fossimo noi?

L’altro giorno al parchetto una nonna mi ha raccontato disperata la disavventura del nipotino bullizzato tramite la chat di classe.

Lo prendevano in giro – mi ha detto – ma noi non ne sapevamo nulla. Vedevamo solo che non voleva più andare a scuola. Poi mia figlia finalmente gli ha controllato il telefono e ha capito tutto.

Ha mandato i messaggi alle mamme dei bulletti ma queste hanno minimizzato, non hanno preso sul serio la cosa. Meno male che quest’anno mio nipote ha cambiato scuola…

Ma perché quanti anni ha? Ha 10 anni, ha iniziato le medie”.

Ecco, a mio avviso, un aspetto sottovalutato quando si parla di mettere in mano un cellulare a un BAMBINO, è poi l’utilizzo che fa delle CHAT DI WHATSAPP.

Non esiste classe, dalle elementari in poi, che non abbia la propria chat di classe (dei genitori, ma anche dei ragazzi). Ma siamo sicuri che bambini di 9/10/11 anni riescano a relazionarsi in modo sano là dentro senza la supervisione di un adulto?

È in quelle chat, ben nascoste agli occhi di mamma, papà e insegnanti, che nascono o si amplificano le angherie, le prese in giro, gli insulti verso il compagno o la compagna presi di mira: quella è la terra del cyberbullismo.

Non solo. Si creano persino sotto-gruppi di classe “senza quella/quello” per parlare male ovviamente di “quella/quello” finchè magari “quella o quello” non riceve uno screenshot da un “amico” dei commenti “migliori” rivolti a lei/lui…

E noi genitori siamo “fuori” da questi giochi, ma davvero?

Vogliamo parlare delle polemiche che nascono sulle nostre chat di genitori, della difficoltà di capire il tono di un messaggio, dei mille fraintendimenti, delle gaffe subite o fatte?

Ecco, a mio avviso bisognerebbe distribuire, alla prima riunione di classe, insieme al POF (piano dell’offerta formativa), il PUW (piano sull’utilizzo di whatsapp).

Bisognerebbe spiegare ai genitori in primis e ai ragazzi poi come ci si comporta in chat. “WA: istruzioni per l’uso”.

Urge una educazione nella comunicazione digitale. Non è solo questione di netiquette, è qualcosa di più importante, che riguarda il rispetto e il senso civico.

E, cercando in rete, ho visto che giusto pochi mesi fa è nato, ad opera di un ragazzo di 22 anni, il Movimento Etico Digitale che porta nelle classi esperti del settore “per offrire agli studenti un quadro esaustivo che li renda consapevoli dei rischi, senza allarmismi e senza panico”.

La trovo proprio una bella idea.

Si parla tanto di reinserire educazione civica delle scuole. Forse dobbiamo partire da qui, non servono libri: basta un telefonino.

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